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Mercoledì 03 Febbraio 2010 14:20

30/08/2010 Corsivo

La Strana Accolita

Non riteniamo che quelli di Massa Comune facciano di fatto una politica di destra, pur dimostrandosi conservatori e anacronistici nelle loro affermazioni. Nè di sinistra. Credo che non facciano politica affatto, né che sappiano farla.
Questo potrebbe essere un merito? Penso di no! La società moderna e la democrazia stessa si fondano sul valore dei partiti e della buona politica.

Essi si prefiggono di costituirsi come alternativa di governo ad un dominio politico che dal secondo dopoguerra arriverebbe fino ad oggi. In realtà oltre a non avere nessun programma, non vedono che quella classe di governo si è trasformata in continuazione seguendo l’evoluzione della nostra comunità: dal fronte popolare PCI - PSI passando per il governo di sinistra e sinistra-centro, poi l’apertura al partito repubblicano e quindi alla democrazia laica repubblicana, socialista e comunista, e infine è diventata maggioranza PD che tiene insieme la rappresentanza del cattolicesimo democratico militante pluralistico e solidale, e la tradizione socialista e democratica del partito repubblicano e dell’ex PCI, di tradizione umanistica riformista e socialdemocratica.


Questa nuova accolita invece, sembra piuttosto espressione diretta di quella classe piccolo borghese che nei momenti di crisi cerca di rappresentare con un proprio ceto politico i propri interessi minacciati, anziché cercare le risposte nella classe politica in cui si è spesso riconosciuta e che nell’occasione della crisi mineraria ha saputo dare risposte allo sviluppo e al mercato del lavoro locale.


C’è da dire poi che da parte della lista civica non emerge nessuna concreta proposta, ci si limita a lanciare critiche gratuite e a parlare di interventi senza specificarne la sostenibilità finanziaria.

Noi sappiamo bene che gestire una comunità non significa indovinare sempre tutte le scelte, che vanno coinvolte tutte le esperienze e le competenze e che si deve sempre perfezionare quello che si è fatto o che si farà, perché assuma secondo le esigenze del tempo, una sostanza più forte e sia più vicina ai bisogni.
Massa comune sostiene, legittimamente, di saper operare meglio, ma deve del tutto dimostrarlo, e non è affatto sicuro che lo sappiano fare.
Noi sappiamo di aver fatto bene, anche se il bene è migliorabile, e non salva nessuno dal commettere errori.
Noi non chiudiamo le porte davanti alle idee nuove e sappiamo riconoscere i meriti se ci sono o se ci saranno, ma spesso le idee buone non sono nuove e quelle nuove non sono sempre buone idee.

 

29/08/2010 Corsivo

Ma quanto è civica questa civica?

Non sono bei tempi questi ultimi. Mentre a livello nazionale si mettono sotto scacco la democrazia e la Costituzione, a livello locale si assiste a dannose scorribande di capitani di ventura con piccoli eserciti (mercenari?) al seguito.
Questi ultimi avvelenano gli animi con subdole illazioni mettendo i cittadini l'uno contro l'altro, quando fino a non molto tempo fa si era vissuto in un clima solidaristico, in cui si poteva fare buon conto di una rete di vicinanza e di solidarietà propria della vita del paese.
Adesso non solo, a immagine di ciò che fa il governo nazionale, la destra "civica" tenta di screditare le Istituzioni, ma non mostra neanche quel minimo di rispetto dovuto alle persone, anche se avversari politici.
Tutto ciò è gravissimo. E' gravissimo perchè scardina l'unica forma di convivenza civile che la modernità conosca: la vita democratica. La democrazia moderna si fonda sul reciproco riconoscimento politico e sul rispetto delle istituzioni che la costituiscono e vive, appunto, grazie ai partiti che si fanno garanti del suo buon andamento.
Quello che adora la destra "civica" nostrana è un cattivo idolo. Non è infatti una forma di democrazia più partecipata o rafforzata, quella che loro invocano, ma con incosciente vena populistica, una politica del becero, in cui il rischio è che la voce di chi grida più forte copra le altre e che conseguentemente si passi da una forma di convivenza civile ad una jungla.
Non è politica questa, sono solo scorribande, le stesse di cui il berlusconismo ha intriso la politica, l'informazione e, nel complesso, la società italiana. Forse, provocatoriamente, per scampare da questa deriva, da questo autunno della politica, sarebbe allora opportuno istituire un nuovo corso. Un corso di formazione o un tirocinio.

In Italia, come in molti altri Paesi, è necessario conseguire un'abilitazione per svolgere numerose attività, anche per guidare un motorino. Poter pensare che chi pretenderebbe di mettersi al posto dell'autista sull'autobus su cui siamo a bordo, abbia almeno la patente per farlo, sarebbe molto rassicurante.

Perciò, occorrerebbe prima l'umiltà, e poi la volontà, di voler maturare un'esperienza civica o politica, magari militando in un partito, cominciando dal basso, anche avendo servito la trippa ad una festa. I partiti, infatti, e non i personalismi e gli ego smisurati, fanno la moderna democrazia. Non improvvisati capibanda, ma ragazzi che con umiltà e dedizione si son messi al servizio di una forza politica prima, e della comunità intera poi, rappresentano la nostra meglio gioventù, il nostro futuro concreto.

La loro buona volontà, il loro ottimismo del fare, non certo il disfattismo e il pessimismo, legati al fallimento personale o alla frustrazione di qualche non più giovane professionista dal debole curriculum, devono e possono guidare la crescità e lo sviluppo della nostra comunità.

 

23/03/2010

Ho visto da poco lo spettacolo VILIPENDIO...

di Rossomalpelo

 

Ho visto da poco lo spettacolo VILIPENDIO, di e con Sabina Guzzanti, registrato tempo fa al Palasharp di Milano; e vi garantisco che avrei preferito beccarmi una pedata nei bassifondi.

Si, perché  le due ore di  esibizione sono peggio di una fucilata politica, molto peggio di un Je accuse al mondo della sinistra, assai peggio dell’incubo peggiore. Quindi, se volete andare a letto tranquilli e “digeriti”, se la giornata è stata pesante e domani sarà di replica, guardatevi bene dal guardarlo, magari scegliete in televisione qualcosa di tranquillo, che so, saltando a piè pari tutti i telegiornali di regime e concentrandovi sulla pubblicità o sull’ennesima riproposizione di un filmetto innocuo con Bud Spencer e Terence Hill; non sarà il massimo, però non vi creerete problemi e non scomoderete il cervello. Datemi retta!

Ecco: quello spettacolo ha il potere mefistofelico di far uscire uno ad uno, senza pietà,  tutti gli scheletri dai nostri armadi di sinistra, evoca spettri che non riusciamo a scacciare nemmeno con le migliori intenzioni, ti fa sorridere amaro come il fiele; se guardato senza precauzioni, fa l’effetto di un film horror propinato ad una creatura senza la presenza e l’intermediazione dei genitori. Insomma: IMPRESSIONA.

Per due lunghe ore ho atteso la risposta ad una domanda: alla fine, con chi dobbiamo stare? E Sabina, con serena glaciale ironia, ha candidamente risposto: non lo so!

Allora mi sono posto una domanda: noi, proprio noi, siamo in grado di recuperare quel grado di consenso che non è più nostro appannaggio? Siamo veramente capaci, abbiamo veramente la voglia di   superare questo periodo nero, riproponendo idee e soluzioni che sono sempre state tipiche – storicamente- della nostra cultura? Abbiamo la forza di rovesciare il tavolo e riprendere in mano il megafono, di urlare ai quattro venti che la situazione è al collasso e dobbiamo metterci gropponi a lavorare sodo per  riappropriarci di un ruolo che ci compete, per far riprendere una rotta decente alla barca che sta naufragando nelle secche berlusconiane, in una sorta di viaggio senza ritorno? Navighiamo a vista in coperta tirando ad arrivare vivi alla pensione (quale, quanta, come?) o saliamo (tutti, ma tutti davvero) sul ponte di comando e spieghiamo con una certa dose di incazzatura al pilota che la cosa non funziona, che  la bussola è impazzita e male che vada finiremo nella fossa delle Marianne?

Siamo ancora capaci di fare gruppo, di riunire le intelligenze (basterebbero comuni, nemmeno eccezionali) e di tornare a parlare dei problemi veri che assillano milioni di persone, tutti i santi giorni? a spiegare che oggi è negato il più elementare diritto alla qualità della vita perché i nostri figli – stivati nella stessa barca-  non hanno futuro visto che mancano tutti gli elementi essenziali a crearlo e programmarlo? Possiamo -senza timore di essere smentiti-  urlare con quel megafono che siamo sotto dittatura mediatica, che le notizie sono accuratamente vagliate dalla censura degli uomini del capo e la verità è quotidianamente offesa insieme all’intelligenza di chi l’ascolta?  Vogliamo urlare ancora più forte che nel governo arcoriano gli onesti e i capaci debbono espatriare per mantenere al loro posto gli incapaci e i dilettanti allo sbaraglio?

Dobbiamo continuare nella logica suicida della divisione, della frammentazione a tutti i costi, o possiamo ritrovare stimoli e argomenti che ci uniscano? Diamine, non si sta parlando di riproporre grandi ammucchiate dove ognuno tornerà a parlare la propria lingua spingendo per aprire bocca per primo; credeteci, abbiamo già dato! Già fatto, e i risultati si vedono. Si tratterebbe, semmai, di ricercare con forza ciò che veramente unisce nel bene comune, ciò che serve per davvero, ciò che farebbe di domani un giorno un po’ diverso, con qualche minima speranza in più di contare ed essere ascoltati; perché non c’è nessun argomento che convinca di più del bisogno razionale di operare per un sogno comune, per una necessità che diventi virtù; per riappropriarci del diritto di ricostruire e rendere credibile il mondo in cui viviamo. Non è poco, ma forse è tutto ciò che resta, e non possiamo permetterci di non provarci.

Allora, magari, cercatelo quello spettacolo. Non è la medicina, non sarà mai la chiave di volta, ma servirà a porsi qualche domanda. E in caso di mancata digestione, dai, c’è sempre il bicarbonato!

 

 

12/03/2010

E’ normale non poterne più?

di Rossomalpelo

Si, perché se non lo fosse, allora emigro nel Zinbabwe, magari in un ameno villaggio tra lo Zambesi e il Limpopo, cerco di aprire un agriturismo eco-compatibile con pannelli solari e cibi non transgenici e mi obbligo a non guardare per tutto il resto della mia vita nessun telegiornale, né africano né del resto del mondo. E vorrebbe anche dire che sono l’unico italiano stressato che usa il telecomando per un numero impressionante di volte durante il giorno come l’ultima arma a disposizione per  garantirsi un minimo di legittima difesa.

Il problema delle liste: ma davvero siamo così frastornati da non riuscire a capire che il potere mediatico sta trasformando per l’ennesima volta la realtà? Hanno combinato un pastrocchio, ma l’idea che si vuole far passare è quella secondo la quale la responsabilità, guarda caso, è di Di Pietro, dei magistrati rossotogati e dei comunisti mangiatori di creature! Non bastano le leggi ad personam, ora servono le leggi ad listam, domani arriverà un decreto che obbliga l’Inter a perdere lo scudetto per farlo vincere al Milan del padrone; come dire: una legge ad squadram, insomma.

E noi? Tutti zitti a capo chino? Oppure possiamo cominciare ad urlare ai quattro venti che non se ne può più di questo governo dove uno solo al comando fa e disfa a seconda delle proprie esigenze, felicemente attorniato da poveri Yes-men che ripetono stancamente, ogni giorno, su tutte le reti e sui giornali amici, la stessa pantomima che ammonisce che il lupo è il vero agnello della situazione, che i cacciatori sono la preda e la democrazia è regolata con un orologio che detta solo un tempo, quello del proprietario dell’orologio stesso?

Si può vivere così in eterno o si deve pensare seriamente a mandare a casa il padrone con i suoi vassalli, valvassori e valvassini? E al più presto possibile, magari!

E’ la scommessa forte che il Partito Democratico deve assumere e fare propria nelle prossime ore, perché altrimenti la Storia non ci darà ragione, perché lo stato dell’Unione italica continuerà a marcire nelle proprie contraddizioni, nella crisi che divora gli stipendi e la dignità e qualità della vita, perché non ci sarà futuro certo per i nostri figli, per le imprese, per la classe operaia che da secoli non vede nessun paradiso all’orizzonte.

C’è un cancro, nella nostra democrazia; quel cancro ha un nome e cognome; prima lo si estirpa in maniera democratica, meglio sarà per tutti. Anche per quelli che, oggi, battono la grancassa del  comandante e inviano peana al cielo per  procrastinare in eterno questa situazione da quarto mondo (perché il terzo mondo, credo, ci ha superato anche in democrazia).

Io, intanto, comprerò le pile per alimentare il telecomando; riuscirò a non sentire capezzoni, bondi e cicchitti e la voce del padrone per ancora qualche tempo, ma sappiate bene: non sarò comunque felice.



 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Agosto 2010 23:22
 

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